Oggi chiacchieravo con la mia sedicenne durante uno di quei tête a tête che diventano norma dopo la parentesi estiva quando sempre più spesso ci ritroviamo noi due, sorelle rientrate negli States e papà in viaggio.
Non so perché si parlava di scuola, di classi, di compagni, parlavamo dei nuovi, degli sforzi di integrazione e via dicendo… per me cresciuta sempre nella stessa città è un mondo scoperto con le mie figlie, quello dei cambi di classe, degli ultimi arrivati, del dover tendere una mano quando arriva un nuovo.
In cinque anni di elementari fu una festa quando in terza o quarta, non ricordo, arrivò un nuovo compagno atteso come una ventata d’aria fresca in quell’ambiente sempre uguale da anni.
Al di là dei cambiamenti di Paese e scuola che hanno portato le mie ragazze ad atterrare spesso e volentieri in classi diverse portandosi dietro un carico di énergie necessario a sentirsi bene in fretta, loro sono sempre state in sistemi scolastici in cui anche nella stessa scuola, ogni anno le carte si rimescolano, gli insegnanti cambiano, vicini di banco hanno facce nuove, sorrisi nuovi, la scuola non cambia ma c’è sempre un po’ di apprensione all’inizio dell’anno con il con chi sarò ( i compagni) e chi l’insegnqnte.
Ammetto che nei nostri primissimi anni francesi questo rimescolare continuo mi ha un po’ spiazzata, avevo il mio retaggio culturale con la stessa maestra e gli stessi compagni per tutte le elementari, seguiti poi alle medie e al liceo dallo stesso schema, il mio passaggio da un liçeo all’altro fu allora quasi una pericolosa avventura, un terremoto in questo tranquillo susseguirsi di sicurezze. Così funziona il sistema italiano, così non funzionano gli altri, o almeno quelli che ho sperimentato sulla pelle delle fanciulle di casa: francese, americano, internazionale.
All’inizio fui appunto perplessa, mi piaceva quet’idea di classe che cresce insieme in una comoda routine dettata dal conoscersi reciproco tra bambini e insegnanti, nessuna sorpresa, nessuno stress… poi ho osservato la naturalezza con la quale le mie figlie accettavano il cambiamento, i nuovi compagni. Il nuovo insegnante, c’era una certa emozione nello scoprire chi è in classe con chi, nel vedersi mescolati e ricomposti in nuove divertenti combinazioni. Ho incominciato a capirne il senso e ad apprezzarlo.
L’insegnante e i compagni diventano punti di riferimento molto forti, un porto sicuro nel quale i meccanismi sono noti e privi di sorprese, il che può essere un bene ma anche no, non mettendo mai il bambino in confronto con quello che non conosce, non insegnandogli a tirar fuori gli strumenti giusti per ricreare relazioni sociali e per integrarsi in un gruppo nuovo. Il doversi confrontare poi con adulti diversi è un esercizio utilissimo per poi da più grandi imparare a gestire relazioni con personalità diverse.
Dal lato pratico cambiare insegnante permette anche di tenersi quello meno preparato, il meno pedagogo per meno tempo, con la speranza che il successivo faccia meglio: la fatidica frase « fattelo andare bene per quest’anno che il prossimo cambi »
Stesso discorso per i compagni, non tutte le classi sono affiatate e simpatiche e ci sono elementi che si è ben felici di perdere per strada senza necessariamente dover augurare loro un viaggio sulla luna con biglietto di sola andata o una solida bocciatura!
Alla fine poi diciamo che per le mie ragazze è stato ancora più semplice nel momento in cui cambiavamo Paese il non ritrovarsi in una classe consolidata e compatta, con relazioni già solide, nelle difficoltà del cambiamento almeno tra le quattro mura della prima A, della terza C o della quinta B tutti erano nuovi in un certo senso, e le chance di integrarsi più in fretta molto più alte!
E voi cosa ne pensate, meglio rimescolare tutto e tutti ogni anno o regalare loro una certa stabilità?
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