Ma i tuoi figli come hanno fatto a sopravvivere a questo continuo itinerare?
Questa la domanda inquieta che un paio di mamme neo expat mi hanno fatto l’altro giorno in occasione del welcome to Stockholm day a scuola, mattinata dedicata al tutto quello che avreste voluto sapere sulla Svezia in un concentrato di informazioni utili e pronte per l’uso.
L’impatto dell’avventura sui figlioli sembrava quasi preoccupare di più che quello del freddo e del buio svedese sulle nostre pelli ancora abbronzate dalle vacanze concluse da qualche settimana ( ma una volta rassicurati sui figli anche questo verrà fuori!)
Camilla passava di lì, attraversava in quel momento la sala con un gruppetto di compagni, l’ ho chiamata sorridendo. Rispondi tu le ho detto, sei la migliore testimonianza del come alla fin fine anche il continuo spostarsi non crei danni permanenti, ma anzi.
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| ottobre 2002 |
Tantissimi anni fa, quando le mie bambine erano ancora tali e i dubbi sul come avrebbero reagito al continuo spostarci facevano capolino ogni tanto, qualcuno per stupidità o per incomprensione assoluta del nostro modo di vivere, mi disse, ci disse: tornate indietro adesso che siete in tempo, non vedete i danni che avete già fatto loro?
Passai una notte a rigirarmi nel letto per individuare dove e quando questo processo negativo si fosse innescato nelle nostre figlie, per coglierne i cedimenti, per trovarne i rimedi.
Allora continuavo a rivedermi davanti tre bambine curiosissime, a loro agio da una lingua all’altra, a loro agio con bambini di origini e lingue diverse dalla loro, capaci di parlare con gli adulti senza limitarsi ai quattro convenevoli dei bambini, curiose del mondo, desiderose di scoprirne le sfumature, fantastiche viaggiatrici, certo vivaci, certo capricciose, certo disubbidienti, insomma bambini come gli altri con i mille pregi e difetti di ogni essere umano che cresce e si fa spazio nel mondo.
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| estate 2018 |
Al risveglio al mattino non fui capace di individuare dove stessimo sbagliando e in che modo il danno fosse fatto. A me quelle tre piacevano così e trovavo che stessero crescendo bene, nonostante, per fortuna, perfette non fossero… che noia allevare bambini perfetti!
Allora erano un po’ come un piatto a metà cottura, come potevo dire se alla fine la ricetta fosse riuscita, ci volevano ancora ingredienti da aggiungere pian piano, ci voleva del tempo per mescolare il tutto e creare una certa solida armonia, ci volevano mani abili per arrivare al risultato finale.
Come potevo allora essere sicura che fosse la scelta giusta? Lo speravo perché alla fin fine era quella in cui eravamo immersi, quella che avevamo fatto in partenza e che sapevamo ci avrebbe sempre guidati, pensavo che alla fin fine anche quando si è sedentari e non ci si muove mai dalle stesse quattro strade non è mica detto che le scelte da fare siano facili e immediate e votate al successo, creando alla fine ragazzi solidi e senza incrinature.
La domanda dell’altro giorno e gli occhietti brillanti di mia figlia, mi hanno fatto ripensare a quella frase infelice di tanti anni prima, ai miei dubbi e ai mille interrogativi che allora mi frullarono in testa …
Adesso che quelle bambine sono diventate ragazze e che 2/3 muovono ormai solitari passi nel mondo adulto, senza braccia solide continue alle quali appoggiarsi, beh adesso ho le risposte che cercavo quella notte, le risposte giuste da dare a chi incomincia questo percorso di vita all’estero senza vedere necessariamente un punto fermo alla fine di un’esperienza.
Nessun danno su questi ragazzi, se non quelli normali che derivano dalla crescita stessa, dal loro formarsi come persone, dagli errori umani che i genitori fanno in questo difficile quotidiano esercizio che è il far diventare grandi, nessun danno ma di sicuro una marcia in più, e non è presunzione la mia, ma semplice osservazione dei fatti.
Questi ragazzi hanno imparato ad adattarsi a tutto, in ogni circostanza, tirando fuori energie cercate in fondo a loro stessi, hanno vissuto costantemente su fragili equilibri, hanno capito in fretta come ricostruire relazioni e come mantenerle, come separarsi e come assimilare il dolore di separazioni repentine. Hanno assimilato culture diverse, prendendone parti, mescolandole con la propria familiare, con le precedenti, per poi ancora riplasmarle con le successive. Hanno capito quando e come potevano esprimere il loro disagio nei confronti del nuovo che diventa quotidiano e del passato che si allontana, cercando di capire anche il rispetto dei tempi nostri, degli adulti, in questo processo di assimilazione. Diverse volte dopo mesi davanti ad occhietti angosciati ho visto formulare frasi del tipo : ho capito che anche voi avevate bisogno di tempo prima di accogliere le nostre di difficoltà, e adesso eccomi.
Piccoli guerrieri si sono costruiti corazze e scudi e sono andati avanti sicuri, sono stati spesso i nuovi quelli che arrivano in classi dove nessuno li conosce, sono stati spesso quelli che partivano verso nuove battaglie, con entusiasmo e un pizzico di paura, ma hanno capito in fretta che come per noi, anche per loro, quell’ entusiasmo misto a paura era ossigeno.
Eccole adesso le mie guerriere, adulte o quasi, solide, con le giuste debolezze, curiose, con milioni di interrogativi, capaci di muoversi nel mondo, con il timore necessario per apprezzarne la grandezza, pronte a sognare in grande perché hanno imparato che la vita non regala nulla e che sognare al massimo aiuta a raggiungere risultati sorprendenti, e soprattutto pronte a superare se stesse, a uscire dal confort che si sono create per andare oltre, tra paura e follia.
No nessun danno, anzi andate sicure signore care, per i vostri figli è il più grande regalo che possiate far loro, ma non dimenticatevi anche voi di sorridere e coglierne in pieno i benefici, perché se voi non sapete farlo, allora anche loro avranno paura di muoversi e osare e allora forse il regalo non sarà tale!


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