E se il trucco fosse semplicemente essere felice?
Ogni tanto mi stupisco di quanto nel nostro mondo expat la lamentela regni sovrana. Il lamentarsi sembra lo sport preferito di tanti, ripetuto all’infinito come un noioso mantra.
Certo la vita a volte anche all’estero nel confort dell’espatrio può essere ingiusta, dura, amara ma ci sono dei ma… si dovrebbe ogni tanto essere capaci di soffermarsi sulla fortuna che si ha a vivere esperienze di vita che ci portano lontano dal nostro mondo comodo e senza sorprese, sull’apertura che il delicato esercizio del sopravvivere in un ambiente nuovo ci regala, sul confronto continuo con persone che provengono da orizzonti diversi che ci apre la mente e lo spirito.
Certo la vita all’estero non ci risparmia le complicazioni della vita reale, è vita reale. Esiste il dolore, la malattia, la perdita, il costante sentirsi parte di due mondi, quello in cui si vive e quello che ci si è lasciati alle spalle, la difficoltà dell’adattarsi, lingue nuove, facce sconosciute. Ma tutto questo è scelta.
È una scelta decidere di partire, veniamo da un Paese, che anche se politicamente alla deriva ed economicamente barcollante, comunque non è flagellato da guerre ed offre ancora un certo benessere, una vita serena, un confort materiale e sociale di tutto rispetto. Educazione, cure mediche, sono beni acquisiti, musei e istituzioni varie offrono ancora di che nutrire gli animi e per il resto è un ben godi di prodotti alimentari per tutte le tasche e per tutti i gusti.
Ma allora perché si parte per poi poi lamentarsi di tutto, partendo anche solo dal fatto che dove si è che sia l’Asia, l’America o l’Europa niente si avvicina al nostro cibo, al nostro modo di pensare, al nostro modo di agire?
Non dimentichiamo che when you travel, remember that a foreign country is not designed to make you comfortable. It is designed to make its own people comfortable. ( Clifton Fadiman) e questo vale ancora di più quando non si è di passaggio in un Paese il tempo di un viaggio, ma ci si installa per farlo diventare casa.
In 21 anni non ho mai cercato l’Italia fuori dai suoi confini, non ho mai pensato di trovare a Tokyo quello che mi mancava di Torino, o a Los Altos il nostro modo di interagire all’italiana, non ho avuto aspettative se non quelle di riuscire ad inserirmi in un nuovo tessuto sociale, osservando i suoi nativi e adattandomi alle loro esigenze, non alle mie. È un delicato esercizio, ma è l’unico possibile. Sarei stata infelice a cercare l’impossibile e forse non sarei mai partita dall’Italia se il mio fine ultimo fosse stato quello di ricostruire la mia personale little Italy lontano da casa.
Ho scelto invece di esser felice, di alzarmi ogni mattina grata di quello che la mia vita all’estero mi da e mi ha dato negli ultimi 21 anni, grata dell’apertura mentale e della capacità di adattamento che mi ha regalato, grata di poter vivere a contatto con culture completamente diverse e di imparare ogni giorno qualcosa proprio dal confronto con queste differenze.
E ho scelto non solo di essere felice, ma anche di scegliere di essere dove sono, che poi le due scelte direi che si fondono bene insieme. Ho sempre deciso di partire convinta di farlo e anche sapendo che nessuna scelta la si possa vedere come definitiva, avrei potuto tornare indietro tante volte, ma non ne ho mai sentito il bisogno, avrei potuto dire basta e fermarmi ad un certo punto smettendo di vagare, non è stato necessario. Avere la possibilità di scegliere è la grande differenza tra noi espatriati di oggi e le tonnellate di migranti che scappano da guerre e ingiustizie, noi possiamo tornare indietro perché comunque il nostro Paese potrà sempre accoglierci a braccia aperte e darci ciò che ci manca.
Vivere all’estero vuol dire aprirsi la mente, acquisire la capacità di guardare lontano, nutrirsi ogni giorno della differenza ed accoglierla con entusiasmo e gioia. Vivere all’estero senza essere felici della propria scelta e cercando sempre io che ci ma ca del nostro Paese, non ha senso meglio tornare indietro e riprendere in mano la propria felicità!

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