Si questi bambini expat, ben definiti come third culture kids, non hanno scelta. Noi genitori non abbiamo mai chiesto loro se Si erano contenti di seguirci, e nel caso contrario saremmo tornati a casa. Ce li siamo allegramente trascinati in giro per il mondo, coinvolgendoli certo, ma senza che potessero dire stop. Siamo noi adulti a decidere e questo è normale. Immaginiamo tutte le volte che un cambio paese si profila, lo mettessimo ai voti: sarebbe la guerra in casa. Invece loro seguono, fanno i bagagli. Impacchettano il loro mondo. Salutano i compagni e sono pronti a sedersi ad un nuovo banco, ad una nuova scuola dall’altra parte del mondo.
I Third culture kids sono i figli di mille culture che si sovrappongono, non sono italiani, francesi, tedeschi o americani, o meglio non lo sono come i loro genitori possono esserlo. Alla loro cultura di base, quella che vivono in famiglia si sono sommate le altre, quelle dei paesi in cui hanno vissuto. Di ognuno possono cogliere le sfumature profonde, proprio perché ci vivono e lo vivono dall’interno, non come un turista o come uno studente che viene per sei mesi a provare cosa vuol dire studiare all’estero. Questi bambini diventano bambini locali, pur rimanendo expat. Ne colgono le profondità culturali e le mischiano con la loro cultura di base, ne creano così una terza, la third culture, che
accomunerà i bambini e ragazzi come loro.
Sono bambini e ragazzi fragili, come tutti i bambini e ragazzi, hanno le fragilità legate al crescere e diventare grandi, ma hanno anche una grande forza, quella che nasce dall’aver imparato che niente è conquistato in partenza, che nulla è stabile, che ci si deve aprire, che si deve essere tolleranti, che si è ospiti in un Paese e lo si deve rispettare in tutte le sue sfumature, che lo sguardo degli altri può essere diffile da gestire, ma che nella loro differenza sta la grande ricchezza. É il regalo più bello che abbiamo fatto loro.
Lo penso davvero, e l’ho pensato ieri accompagnando mia figlia al suo incontro a scuola con la sua counselor. Neanche 17 anni e così tante cose alle spalle, la sicurezza di chi ha imparato sulla sua pelle cosa vuol dire cambiare, di chi tante volte ha dovuto rimettersi in gioco tirando fuori risorse incredibili, piangendo in silenzio, stando a guardare sicurezze spazzate via. É adesso che posso incominciare a vedere i frutti di questa vita itinerante, adesso che mi rendo veramente conto della forza di questi third culture kids, sono sicura che saranno adulti speciali…. Cosa ne pensate?
Rispondi