Come ogni volta che metto i piedi in un nuovo paese eccomi “tuffata” a capofitto nella letteratura locale.
In Giappone e in India queste scoperte letterarie mi hanno permesso di capire meglio il mio paese ospitante e tutte le sue molteplici sfaccettature. In Francia, in Svezia e negli Stati Uniti avevo la voglia di leggere locale, perché, a mio avviso, fa parte del giusto processo d’integrazione. Il Canada non fa la differenza. Per ora eccomi ad approfondire la letteratura del Quebec, e diciamo che i primi quattro libri letti mi hanno veramente entusiasmata.
Due sono dello stesso autore, Michel Jean, oltre ad essere egregiamente scritti mi catapultano in una problematica che affonda le radici lontano, la sopraffazione delle popolazioni autoctone.
Storie di indiani, di inuit, che insieme ai Metis e ai Première Nation costituiscono le popolazioni autoctone del Canada, che nei secoli hanno subito la sopraffazione spesso violenta, e sempre ingiusta, dei bianchi.
Il quadro che ne esce fa tremare.
L’autore traccia la storia della nonna e della bisnonna. In Atuk, elle et nous e Kukum, queste due figure femminili vengono sviluppate attraverso non solo la loro storia ma anche quella di un popolo che di colpo si trova oppresso e privato della propria libertà

Kukum racconta la storia di Alamanda Simeon, un’orfana di origine irlandese che si innamora di un giovane inuit, e lo segue per vivere con lui all’interno della comunità degli inuit di Pekuakami, dove viene accettata come una di loro. Almanda non solo impara la lingua, ma si integra perfettamente nella vita nomade . La sua storia di integrazione è toccante. Gli abusi subiti dagli indiani e messi in luce nella seconda parte del libro, vergognosi.

In Atuk invece la storia è quella di Jeanette, che di Alamanda è l figlia. Un racconto a due voci, da una parte l’autore che parla della nonna e dei ricordi di lei, dall’altra Jeanette stessa che sul letto di morte, a 100 anni, racconta la sua vita. Anche qui le immagini sono forti. La storia è ancora più toccante perché vera.

Una storia completamente diversa è invece quelle racontata in La femme qui fuit di Anaïs Barbeau-Lavalette. Ma anche qui l’autrice racconta la storia di una nonna, la sua, che non ha mai fatto parte della sua vita. La storia di Suzanne, artista québécoise. n’a pas connu la mère de sa mère. B
Suzanne Meloche Barbeau nata nel 1926 e deceduta nel 2008, poetessa e artista membro del movimento québécoiss fondato a Paul Emile Bourdas*.
Il movimento automatista che preconizzava un approccio intuitivo all’arte con dei cambiamenti profondi dello stesso linguaggio artistico.
Fu con il pittore Marcel Barbeau che Suzanne ebbe i suoi due figli, la madre della scrittrice e lo zio, la cui storia di abbandono e infanzia è ben tracciata nelle pagine del libro.
Uno spirito inquieto quello di Suzanne, sempre in bilico ai margini della società e incapace di essere veramente madre. Interessante seguirne il percorso irrequieto.
L’ultimo in data, appena finito, è Ru di Kim Thúy, scrittrice canadese francofona di origini vietnamite.

Storia di immigrazione, in un continuo andare e venire tra passato e presente, dalla fuga da Saigon, all’arrivo in Canada. La nascita in Vietnam, la fuga sulle boat people, l’arrivo in una piccola cittadina del Quebec, l’accoglienza, l’integrazione, uno spaccato di vita molto ben disegnato. Il libro è scritto in modo molto particolare. Susseguirsi di appunti a mano, ripresi capitolo dopo capitolo.
Nel 2023 è uscito il film tratto dal libro.
Dal Quebec letterario è tutto!
* Autore del manifesto Refus global pubblicato nel 1948 e firmato da 16 rappresentanti della comunità artistica del Quebec. Il manifesto contrastava I valori tradizionali della società Quebecoise e nello stesso tempo ha permesso a questa stessa società di aprirsi al mondo internazionale.
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