Chi mi conosce lo sa che non sono una persona molto critica nei confronti dei miei paesi di adozione, sono quel che si dice un’espatriata di bocca buona che cerca di trovare sempre i lati positivi e che si adatta senza problemi anche a tutto quello che di negativo incrocia sul suo cammino.
Non pretendo che il mio nuovo Paese sia la riproduzione di quello che ho lasciato in Italia, e direi per fortuna, altrimenti avrei vissuto per 25 anni nella continua ricerca di confronto e nella frustrazione di non ritrovare quel che cerco.
Ho negli anni fatta mia una frase che adoro “ogni paese è fatto per star bene i suoi cittadini, noi siamo gli ospiti e sta a noi adattarci”, e per me l’adattarmi è una delle parti belle dell’espatrio.
Fatta questa lunghissima premessa, arrivo al punto. Il sistema medico svedese è dagli stranieri preso di mira con critiche continue, io in 5 anni mi sono sempre trovata benissimo, sarà fortuna, sono capitata su un bravo medico e non mi sono mai sentita trascurata o non ascoltata. Sarà anche che l’approccio no stress dei medici svedesi mi piace, cosi come l’uso limitato delle medicine in generale. Insomma fino alla settimana scorsa difendevo il sistema a spada tratta, poi appunto è arrivata la settimana scorsa e mi sono scontrata con i limiti del sistema pubblico, che poi sono i limiti universali di qualsiasi sistema pubblico, con la sola differenza che qui il privato praticamente non esiste e non abbiamo via di fuga….
Mi ritrovo in un piccolo pronto soccorso, qui li chiamano Nara Akuten, diciamo che è come fosse un pronto soccorso di quartiere, non quindi quello che vede arrivare ambulanze a ritmo sostenuto per intenderci. Mi hanno mandata li dopo una conversazione telefonica con l’apposito numero, 1177. Piccolo incidente giocando a padel e dovendo prendere un aereo la mattina successiva preferivo farmi controllare.
Mi sono ritrovata in una specie di girone dantesco, sala d’attesa gremita, triage incomprensibile nella logica, persone accatastate, io dolorante ho chiesto uno sgabello per appoggiare la gamba acciaccate, laconicamente mi hanno risposto che non ne avevano… Ho aspettato quasi 8 ore, ripetutamente a fatica, zoppicando, sono andata a chiedere se si fossero dimenticati di me, non si preoccupi, mi hanno sempre detto, arriverà il suo turno.
Ho visto sfilare di tutto e di più e, soprattutto, mi sono scontrata contro la mancanza di personale medico che credo sia cronica in Svezia. La dottoressa che alla fine mi ha visitata si è scusata per la lunga attesa, che colpa ne aveva lei che poi il suo lavoro l’ha fatto benone, che colpa ne ha se anziché 10 medici ce n’erano forse 5?
Ed ecco qui i limiti enormi di un sistema al 100% pubblico, che paga anche le conseguenze di due anni di pandemia, e che avrebbe bisogno di una bella ristrutturazione, oltre che, a mio avviso, di essere affiancato da un sistema privato efficiente, tanto per dare la scelta.
Comunque rincuora vedere che tutto il mondo è paese, 5 anni fa fu la stessa eterna attesa al pronto soccorso a Torino, e quella volta in gioco c’era una sospetta appendicite. Forse non sono fortunata o forse il sistema privato americano mi ha ben abituata e sarei felice in certi momenti di ritrovare quella stessa efficienza, pagata certo profumatamente, ma in fatto di salute penso che sia chiaro le economie non portano lontano!

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