Disordini alimentari: nuove considerazioni.

 La nostra storia di disordini alimentari va avanti, tra Londra e Stoccolma, tra alti e bassi, tra sorrisi e lacrime, ma va avanti sulla buona strada, passo dopo passo, ne usciremo sicuramente più forti, tutti. Io ne approfitto per riflettere molto su tema, non ne faccio il centro dei miei pensieri, ma mi da di che pensare, analizzare e anche una buona scusa per un po’ di introspezione, che non fa mai male!


Oggi parlavo con un’amica. L’ennesima che ha condiviso con me la sua storia passata di anoressia. 4 anni, aveva la stessa età di Camilla quando ci è cascata dentro.

Viviamo in una società che ha di fondo qualcosa di sbagliato. Forse adesso si cerca di aggiustare il tiro, di focalizzare meno sull’aspetto fisico, sulla magrezza infinita. Basti pensare alle campagne pubblicitarie di molte marche di biancheria intima che stanno puntando su corpi meno perfetti, su curve più generose, sul non nascondere inestetismi che fanno parte del corpo di qualsiasi donna. La strada però è ancora lunga.

Per anni però non è stato così, per anni magrezza estrema e forme androgine erano il quotidiano da mettere in mostra, tutto il resto andava nascosto perché esteticamente non adatto. 

Le donne della mia generazione sono cresciute così, più ne parlo e più me ne rendo conto, cresciute con l’incubo del fisico perfetto, con la paura del chilo di troppo, volenti o nolenti ce lo portiamo dietro, volenti o nolenti forse l’abbiamo trasmesso alle nostre figlie femmine. Il modello unico, le curve sbiadite, la paura forse del giudizio, la convinzione che il chilo in meno rimi con bello e quello in più sia vergogna.

Non siamo state tutte anoressiche, ma tante forse sono state ai limiti di una malattia che trent’anni fa non veniva percepita per intero. Non siamo state tutte anoressiche ma ossessionate dal corpo, e non ci siamo mai liberate per intero di questa ossessione. Non esistevano i social ma era la società stessa a imporci l’immagine che dovevamo trasmettere. Erano gli sguardi severi delle nostre madri che ci facevano capire subito che il cioccolatino in più sarebbe stato un abuso, e di colpo non era più piacere.

Sono diventata ipersensibile oggi come oggi verso i comportamenti alimentari. Il cammino che stiamo facendo con Camilla, e parallelamente in noi stessi, mi rende estremamente attenta ai comportamenti alimentari di chi mi sta intorno. Non cerco l’anoressico per forza, ma sono convinta che in tante di noi ci sia un’anoressia latente, indotta, prodotto di un tipo di educazione, sicuramente goffa, certamente piena d’amore.Osservo soprattutto le donne quelle intorno a me e vedo in tante molti freni e paure. Abbiamo 40, 50 anni e viviamo ancora attraverso gli occhi spesso delle nostre madri, sempre del mondo che ci circonda. Spero veramente che la tendenza cambi, che i social siano meno forti della società stessa, che le giovani donne di oggi abbiano più capacità di reazione di fronte a certi modelli, che si liberino dello sguardo degli altri, riconquistando se stesse.

Spero che il cammino di tante ragazzine che affrontano la malattia, la loro lotta quotidiana per riprendere in mano corpo e anima, aiuti a cambiare atteggiamento, ad imparare ad accettarsi meglio, a sorridere a ciò che non è perfetto, a mangiare un cioccolatino senza sensi di colpa ma solo piacere.

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