![]() |
| Gamla Stan senza turisti: il lato più triste della pandemia. |
Un anno, è passato un anno, sembra un mese o un secolo, da quando New York è entrata in lockdown e Chiara atterrava a Stoccolma, lasciandosi dietro la sua vita, sua sorella maggiore e quello che doveva essere un semestre universitario normale nella grande mela. L’accolsi felice ma come un’appestata, adesso sorrido al pensiero, la feci spogliare sulla soglia della porta e l’abbracciai solo dopo una lunga doccia. Ma era il periodo, per fortuna abbastanza breve, in cui il panico si era impossessato di me, disinfettavo la spesa e appendevo giacche e cappotti sul balcone a prendere aria, oltre a svegliarmi di notte in preda al panico.
Ma era anche il periodo in cui ancora pensavo che in sei otto settimane ce la saremmo cavata, in cui speravo che in Svezia chiudessero tutto e ci chiudessero in casa come nel resto del mondo, in cui non si sapeva nulla, non si capiva niente e di colpo le nostre vite erano diventate il pallido ricordo di quello che erano prima.
Il giorno prima dell’arrivo di Chiara, l’organismo che gestisce le scuole internazionali aveva deciso di annullare gli esami finali, e Camilla di colpo a marzo finiva il liceo, senza aver più rimesso un piede a scuola dalle vacanze invernali, quelle famose iniziate il giorno in cui il primo caso covid dichiarato veniva scoperto in Italia, buttando l’Europa nel panico.
Le giornate allora come oggi incominciavano ad allungarsi notevolmente in Svezia, ci illudevamo ancora che la primavera ci regalasse un lieto fine, che Chiara avrebbe ripreso l’aereo nel senso inverso e che alla fin fine ognuno di noi si sarebbe ripreso la vita che aveva senza troppi traumi.
Un anno di alti e bassi, di vita che sembra ritornare alla normalità e poi di nuovo un lento allontanarsi, frontiere che non riaprono, tempo che passa.
Io non mi sveglio più di notte in preda all’angoscia, ci si abitua in fretta a situazioni poco comuni, ormai anche le notizie drammatiche che da sempre occupano le prime pagine dei giornali italiani, mi scivolano addosso come normalità. Non disinfetto più la spesa, non appendo più i cappotti fuori, lontano come se fossero loto a portare il virus dentro casa.
Ho avuto il covid, l’ho trovata un esperienza psicologicamente pesante più che fisicamente, ma adesso che è passato, mi tengo stretta quei quattro anticorpi che mi accompagneranno verso il vaccino.Intorno a noi la gente incomincia a ricevere i vaccini, la mamma avrà la sua seconda dose domani, Chiara, che nel frattempo a New York è rientrata, ha fatto venerdì quello Johnson and Johnson, una sola dose. Qui pare vogliano vaccinare tutti gli adulti entro l’estate, non ci credo ma ci spero, ho voglia di normalità, ma ne ho una voglia diversa rispetto ad un anno fa. Forse perché questo covid è entrato a far parte della mia normalità. Un anno fa avevo paura, adesso sono rassegnata, sono 12 mesi che viviamo con questo virus e ho capito che trovare un equilibrio in questa convivenza forzata fosse importantissimo, fondamentale. 12 mesi dopo, nonostante gli alti e bassi, sono contenta di aver vissuto tutto questo dalla Svezia, dove anche se solo a sprazzi ho potuto quasi dimenticare che fossimo immersi in una pandemia, e vi assicuro che fa bene, un gran bene!

Rispondi