La rete di amicizie fondamentale quando si vive all’estero.

Ero in procinto di partorire la mia seconda figlia quando ho capito quanto fosse importante, vivendo all’estero, la rete di amicizie che ci si costruisce. Purtroppo essendo lontani dalla famiglia ci si ritrova spesso da soli a gestire situazioni di emergenza, ed è qui che la rete di supporto diventa fondamentale.

Quella notte tra il 4 e il 5 gennaio del 2000, parcheggiai l’auto di sbieco davanti al cancello dei nostri amici, Paolo sul sedile del passeggero teneva in braccio Federica, 2 anni, tra una contrazione e l’altra avevo guidato io per quei 500 metri, per evitare di fare lo sforzo di sollevare la nostra cucciola addormentata.

Federica passò allora dalle braccia del suo papà a quelle di Dominique, la nostra amica. Non aprì neanche un occhietto mentre le sussurravo un dormi serena piccolina. Al mattino capì subito di non essere in camera sua, l’avevamo preparata a questa eventualità, Dominique le parlò dolcemente dicendole che il bebè era nato e che presto papà sarebbe arrivato per annunciarle se fosse diventata sorella maggiore di un fratellino o di una sorellina. 21 anni dopo quel risveglio e quelle parole sono tra i suoi primi ricordi.

In quel momento 21 anni fa fui sollevata, la mia bambina era in buone mani, noi potevano concentrarci serenamente sul far venire al mondo la sua sorellina, insieme, senza che Paolo si ritrovasse bloccato a casa ad occuparsi di lei.

Negli anni successivi tante sono state le occasioni in cui ho ringraziato di essere stata capace di circondarmi di persone pronte a dare una mano, di amici sinceri che non si sono mai tirati indietro in caso di bisogno. È anche vero che negli anni anch’io sono sempre stata pronta a fare lo stesso, a sobbarcarmi bambini non miei, quando di mio ne avevo già tre da gestire, a correre ad aiutare fisicamente un amica, perchè quando si vive lontani si diventa famiglia.

Quando mancò il mio papà fu l’aiuto e il sostegno delle mie amiche a rendermi quei momenti meno difficili, potei partire e vivere il mio dolore sapendo che a casa tutto sarebbe stato gestito e che anche Paolo si sarebbe trovato non da solo in quei giorni difficili, quando uno vorrebbe mettere tutto tra parentesi per il dolore, ma purtroppo la vita di tutti i giorni va avanti. 

Quando a Tokyo mi fracassai al suolo con la mia bicicletta fu la mia amica Nathalie la prima a correre in mio soccorso e a sobbarcarsi tutta la logistica delle mie bambine. Con lo stress dell’incidente, i dolori alla schiena e i mille interrogativi sul cosa mi fossi fatta, il sapere le mie fanciulle in buone mani, era sicuramente un enorme sollievo.

Quando in India regolarmente venivo tramortita da fulminanti e ingestibili infezioni intestinali, anche li sapevo che mai le bambine si sarebbero trovate allo stato brado.

Ma questa rete così importante e avvolgente come la si crea? Se volessi ridurlo in parole povere, risponderei: aprendo la porta. Solo aprendo la propria porta gli altri faranno lo stesso con noi. Solo tendendo una mano gli altri ce la tenderanno in ritorno. Non sempre ovvio, ma è così.

Ogni volta che sono atterrata in un posto nuovo nella mia mente avevo pronta la lista delle priorità, quella di costruire una rete era in cima a tutte e per due motivi, il primo è che sono un animale sociale e senza gli altri non posso stare, il secondo è per la serenità psicologica di avere qualcuno su cui contare, il che non è da poco.

La rete poi costituita da chi come noi attraversa gli stessi ostacoli e si trova a gestire gli stessi challenge, aiuta anche a non sentirsi psicologicamente soli, una sorta di mal comune mezzo gaudio, che aiuta! Gli amici proprio per questo diventano famiglia, fai con loro la stessa strada, sai che capiscono il tuo disagio in certi momenti, perché spesso è anche il loro, sai che hanno i tuoi stessi dubbi, incertezze. Sai che ci sono perché tu ci sei, e questo quando si vive lontano dalla propria famiglia di origine e dagli amici di sempre, è veramente di grande conforto.

Mi sono ammalata di covid, Paolo era via, ed ovviamente non è rientrato. Le ragazze erano ammalate come me, la rete che ho costruito in questi tre anni svedesi è stata fondamentale, e non solo dal punto di vista logistico, ma soprattutto psicologico, svegliarti  al mattino con mille messaggi, addormentarti la sera con quelle parole che fanno bene, aiuta a mantenere il sorriso anche quando non sai come sarà il giorno successivo, anche quando sei talmente stanco da chiederti se recupererai le forze, anche quando vorresti di colpo essere altrove, più protetto, più coccolato.

Leggo troppo spesso nei gruppi expat di solitudine e isolamento, leggo di donne che non riescono a ricostruire uno straccio di relazione, chiuse nel loro mondo di prima, incapaci di aprirsi. Tutte le volte ripeto, e non mi stancherò mai di farlo, uscite, incontrate gente fate il primo passo, invitate, offrite un caffè, una mano, un sorriso, c’è gente là fuori come voi, ci sono mamme che hanno voglia di fare amicizia, donne che cercano una spalla sulla quale appoggiarsi, famiglie che non riescono ad integrarsi perché hanno paura di quel primo passo. Purtroppo siamo solo noi ad essere artefici della nostra felicità ed in espatrio siamo gli unici a poter decidere che direzione dare alla nostra vita nel nuovo paese, uscire dalla nostra zona di confort non è semplice, ma ripaga alla grande. 

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