Ristoranti vuoti.

 Un paio di sere fa sono uscita a cena, in tempi pre covid un qualcosa di abbastanza normale, oggi più raro. Se dopo l’estate avevamo ripreso ad uscire, a rivedere amici, pur sempre con attenzione e in gruppi molto ristretti, dai primi di novembre la vita casalinga ha di nuovo preso il sopravvento, per forza di cose. Mi sono concessa qualche caffè, una manciata di lunch, rarissime cene e sempre solo in settimana. Nelle ultime settimane la situazione a Stoccolma è precipitato, e la cosa è palpabile, negozi abbastanza vuoti e ristoranti sempre più vuoti.

In questa piazza a Gamla Stan dove c’è il Nobel Museum, solitamente a Natale c’è uno storico mercatino e non si riesce quasi a camminare tanta è la folla. Foto scattate alle 16.


Ieri sera mi è venuta l’ansia, eravamo Chiara ed io e un bel po’ più in là un’altra coppia, in mezzo il vuoto.

Ecco penso a tutti quei ristoratori, a tutte quelle persone che hanno messo in piedi magari con mille sacrifici il loro sogno, il ristorante dei loro sogni, che ci hanno investito energie, speranze, e che oggi si ritrovano così, chi con le porte chiuse da mesi, chi con il locale aperto, la speranza nel cuore e due clienti in croce. Penso che sia alto, troppo alto il prezzo che stanno pagando. Penso alla paura di non farcela, penso al futuro nebuloso che gli si para davanti, penso ai progetti frantumati, ai sogni calpestati.

Penso e poi mi sale una rabbia feroce nei confronti di tutti quelli che se ne fregano, di quelli che ancora, qui come altrove, non rinunciano ai loro piccoli egoismi, penso a quei giovani che partecipano a festoni segreti con centinaia di altri giovani, suppongo cretini. Penso a chi continua a ripetere che non è niente,  che è solo un’influenza, penso a chi pianifica viaggi e vacanze in un momento in cui se tutti stessimo fermi nel paese in cui siamo, forse, dico forse, magari la situazione almeno non peggiorerebbe.

Abbiamo capito ormai che in tutto questo il sacrificio è di pochi, dei soliti pochi, abbiamo capito che quasi nulla è servito a contenere il virus, ma soprattutto abbiamo capito che il problema è un problema di tutti, io lo sento così. Il ristorante vuoto che forse chiuderà per sempre, il negozio senza clienti, le piccole aziende che non ripartono, sono un problema che ci riguarda anche se non abbiamo un ristorante, un negozio, una piccola azienda, ci riguarda perché fanno parte della vita, sono vita, e allora diamo loro una mano a continuare ma facciamolo con attenzione, facciamolo occupandoci prima dei posti intorno a noi, rifacciamo partire vita e economia a piccoli passi, senza precipitarci tutti nello stesso posto. 

No i ristoranti vuoti e lo sguardo rassegnato dei loro proprietari mi fa male, molto male.

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