Era l’estate dell’82, l’estate prima del mio ingresso ufficiale nell’adolescenza, l’estate delle notti magiche per quella generazione di ragazzini bambini negli anni 70, adolescenti il decennio successivo.
L’Italia vinceva i mondiali di calcio, era l’Italia di Zoff, di Gentile, di Cabrini ( del quale ero innamoratissima, ma questa è un’altra storia), era l’Italia di Pertini, il Presidente partigiano, la cui immagine esultante dalle tribune del Santiago Bernabeu ha fatto il giro del mondo, era l’Italia di
Paolo Rossi.
Era l’11 luglio, il giorno prima avevamo festeggiato gli ottant’anni del nonno Gino, la famiglia intorno a lui, noi cugini come sempre in formazione compatta.
Abbiamo guardato la partita tutti insieme, gioito, esultato, saltato, papà ci ha caricati tutti sulla cinquecento rossa della mamma, tettuccio aperto, faccette abbronzate per quei primi sprazzi di vacanza che ci eravamo già goduti. Bloccati tra mille macchine strombettanti in quel caos assoluto di piazza Castello. Tornammo a casa senza voce, felici, aveva vinto l’Italia intera, un Italia ancora semplice, fatta di piccole cose, noi figli di quella generazione li ne eravamo una. Cresciuti tra le corse in bicicletta e le folli discese in skateboard, senza particolari pressioni, come se la vita fosse semplice e tracciata. Io avrei finito le medie l’estate successiva, poi ci sarebbe stato il liceo, classico, ovviamente, poi l’università, poi una vita da adulta. Non avevo ansia di diventare grande, ma neanche paura di diventarlo, non dovevo sempre e solo mostrare il mio lato migliore, potevo crescere a mio ritmo, senza lo sguardo assassino dei coetanei sui social.
Non dimenticherò mai la notte di Madrid, credo che rimarrà molto più impressa nella mia memoria che la notte di luglio 2006 nella memoria delle mie bambine, quando l’Italia fu nuovamente campione del mondo. Mancò allora, più di vent’anni dopo quell’atmosfera di festa tutta italiana, mancò di sicuro il fatto di essere circondati da connazionali gioiosi e festosi, mancarono forse i miei quasi 13 anni, come ciliegina sulla torta.
Quella notte di luglio di quasi 40 anni fa è oggi talmente lontana, ma talmente come se fosse ieri negli occhi della bambina che ero, quella bambina che giocava al calcio al parchetto, che suo cugino metteva in porta con i guantoni e massacrava di tiri, e tornava a casa con le ginocchia sbucciate e il sorriso di chi si è divertito un sacco.
Oggi se n’è andato un pezzo di quell’estate, un pezzo di quel calcio semplice e genuino di una volta, un pezzo anche di memoria italiana.
L’ennesimo personaggio che ha fatto la nostra storia che questo 2020 si è portato via.
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