Il nostro primo Ringraziamento In America: piccola lezione di vita.

Oggi è la festa del Ringraziamento in America, una delle tante feste che negli anni hanno fatto parte della nostra vita, scandendone momenti e costruendone ricordi.

Ogni paese in cui abbiamo posato le valigie ci ha accolti con il suo bagaglio di differenze e tradizioni, che con entusiasmo abbiamo cercato di assorbire.

Eccoci al primo Thanksgiving americano, era novembre del 2012, eravamo in California dal 1 agosto, le ragazze ed io, e da marzo Paolo. Eravamo digiuni di festeggiamenti americani, intrigati ma non particolarmente coinvolti. Decidemmo di festeggiare con qualche giorno fuori porta, ne avevamo bisogno dopo la follia di quei primi mesi americani e dopo il lungo periodo separati da un oceano e un continente intero. Partimmo il giorno di Thanksgiving verso Bodega Bay, posti splendidi. La sera prima cucinai una cena a libera interpretazione sul tema, dove il tacchino, che aveva pochissimi seguaci in famiglia, fu felicemente sostituito dall’anatra. Intorno al tavolo ognuno di noi scrisse su un foglio le cinque cose di cui era grato in quel momento, fu divertente.

Il giorno dopo salimmo in macchina per scoprire che no, il ringraziamento non lo si festeggia così saltando in auto e andando in giro a fare i turisti. Tutto chiuso, semplicemente tutto era chiuso, ristoranti compresi. Finimmo per cenare in un postaccio indecente dove abbandonammo la metà del cibo immangiabile nei piatti, e imparammo la lezione: a Thanksgiving si sta a casa.

Gli anni successivi andò meglio e ci ritrovammo a condividere tacchini dalle dimensioni improbabili che indubbiamente potevano entrare solo nei sovradimensionati forni americani.

La lezione pensandoci ancora adesso fu anche un’altra. 

Quando si arriva in un nuovo paese ci si lascia alle spalle tutto ciò che si conosce per fare tabula rasa e ricominciare da capo. I codici sociali che abbiamo imparato e integrato di colpo non ci aiutano più, siamo come dei bambini che tutto hanno da imparare, passettino dopo passettino.

Atterrare nel nuovo ci catapulta di colpo nello sconosciuto e dobbiamo umilmente essere capaci di fermarci ad osservare cosa succede intorno a noi, per fare un po’ lo stesso. Certo di colpo non potremo né cambiare né adeguarci dimenticandoci di tutto il nostro background, questo ce lo porteremo sempre dietro arricchendolo e aumentandolo, ma dovremo avere l’umiltà di adeguarci e capire come funziona, solo così ci si potrà integrare e sentirsi veramente parte del nuovo.

Ecco una cosa di cui posso essere grata in questo Thanksgiving 2020, nel bel mezzo di una pandemia che ci sta togliendo molto, è proprio la capacità che l’espatrio mi ha dato di ADEGUARMI, di cogliere le sfumature di ogni nuovo mondo nel quale sono stata catapultata e di integrarle nella mia vita, nel mio comportamento, nel mio modo di fare.

Quando partiamo per l’espatrio per la prima volta siamo come dei bambini che pian piano devono plasmarsi negli adulti che saranno, siamo un libro con le pagine bianche tutte da scrivere, con solo un’introduzione solida già scritta, che sarà il nostro punto di partenza. Ogni esperienza, ogni nuova scoperta ci aiuterà ad essere gli individui che siamo, in un perenne divenire, in un continuo trasformarsi, perché quando si vive saltellando non si finisce mai di imparare e anche di cambiare!

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