Mia figlia più piccola è rientrata mercoledì sera da Londra, qualche ora prima che la Gran Bretagna entrasse in lockdown per quattro settimane. Un mese e mezzo dopo l’inizia della sua vita da studentessa universitaria, la mia diciottenne torna a casa, un po’ triste certo, perché toccare con mano cosa vuol dire vivere in modo autonomo è indubbiamente elettrizzante e dover tornare indietro fa un po’ strano. Le sue sorelle sono una rimasta ad Oxford e l’altra sempre “bloccata a Stoccolma”. La maggiore è sopravvissuta al lockdown eterno di New York city e non la spaventa più di tanto la prospettiva di rivivere il tutto in un altro paese, tanto più che l’università con tutte le limitazioni del caso rimarrà aperta. La seconda vive questo primo semestre del suo ultimo anno di università esattamente come ha vissuto il secondo semestre del terzo anno, in un’atmosfera ben lontana dalla fibrillazione scintillante di Manhattan, e anche dai corridoi animati di NYU.
Le mie figli hanno tutte e tre dovuto adattarsi, rivedere programmi, accettare la situazione. Lo fanno cercando di trarre il meglio, perché comunque la vita prosegue, i progetti vanno costruiti, le amicizie mantenute, insomma la vita va avanti e a 20 anni va avanti tutta!
Leggo e rileggo articoli su come i bambini, ragazzi e giovani adulti siano vittime della pandemia, su come ne porteranno i segni a vita, su come lo stravolgersi delle loro vite li segnerà per sempre, su come nessuno ridarà loro il tempo sospeso che non stanno vivendo.
Non credo. Innanzi tutto non penso che questo tempo sia sospeso, sicuramente viviamo diversamente, ma nel bene e nel male andiamo avanti. Ci regaliamo anche un po’ più di tempo da condividere, ritmi meno serrati che fanno un gran bene alla vita di famiglia, meno cose da fare che si trasformano in poche godute e volute.
Non penso neanche che le tracce rimarranno per sempre, o rimarranno segnandoli in modo negativo, e in questo molto dipende anche da noi, da noi adulti che li ascoltiamo e accompagnamo. Così credo che dovrebbe essere e così credo che sia stato per le generazioni prima della loro e della nostra cresciute tra la violenza e la guerra. Penso ai miei genitori, bambini durante la seconda guerra mondiale, spesso con noi figlie hanno condiviso ricordi, ricordi di infanzia, esattamente come io posso fare con le mie ragazze, ricordi di corse in cantina per i bombardamenti, ricordi di sfollamenti in campagna per sfuggire alla vita in città, ricordi di partigiani nascosti e famiglie ebree protette. Mai ho sentito la paura nelle parole della mia mamma e del mio papà, e in questo i miei nonni hanno fatto un ottimo lavoro lasciando loro la spensieratezza dell’infanzia, addolcendo loro una realtà dura che andava spiegata e capita. Mio papà ha sempre raccontato che la cosa che lo faceva assolutamente arrabbiare era, durante i bombardamenti su Torino, una volta rifugiati in cantina, non poter giocare a nascondino con gli altri bambini ma essere obbligato a continuare a dormire su una sdraio e con una copertina. Ecco per lui bambino il ricordo non era la paura, ma il tempo perso a dormire mentre gli altri si divertivano. Che poi ci siano stati dei momenti di angoscia, questo di sicuro, ma non sono quelli ad aver lasciato il segno.
Così penso che sarà per i nostri bambini e ragazzi, quando un giorno parleranno della pandemia, parleranno dei lockdown, del mondo di colpo diventato enorme, con frontiere chiuse e aerei che non volano, ne parleranno come una pagina di vita vissuta, durante la quale avranno dovuto adattarsi, imparare gesti nuovi nel vivere quotidiano, abituarsi a certe limitazioni, ma insomma appunto una pagina che ad un certo punto girerà regalando loro una vita non più uguale a quella di prima ma sicuramente nuovamente intensa.
Onestamente siamo noi adulti a costruire drammi, mentre dovremmo cercare di rendere normale un momento eccezionale. A me fanno molta più pena le persone anziane, tutti quei nonni e nonne costretti all’isolamento forzato, obbligati a ridurre all’osso la loro vita sociale, a metter tra parentesi le loro vite consci che di vita davanti non ce ne sia poi così tanta. Ecco penso che il trauma su questi anziani fondamentali in ogni società sia forte e difficilmente curabile, e loro non hanno tutto il tempo davanti per ricostruirsi, ce l’hanno alle spalle e chiudono un capitolo su una nota così strana…

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