Ieri sera l’Empire state building si è tinto di viola, il colore di NYU, esattamente come un anno fa, il 21 maggio e noi eravamo lì a New York, tutti e cinque insieme.
È passato un anno dai due giorni emozionantissimi della laurea di Federica, il 21 quella della sua scuola, il college di Arts and sciences, il 22 l’incredibile cerimonia allo Yankee Stadium, cielo blue e tuniche viola ovunque, visi felici di giovani proiettati verso il futuro e di genitori fieri di averli accompagnati fino
È stato intenso, perché quando sai che è tua figlia ad essere in mezzo a loro, il misto di sentimenti è un groviglio bello e emozionante. È stato magico, per chi come noi è abituato a asettiche e rapide cerimonie italiane, dove di sicuro manca tutta la coreografia che rende il traguardo un vero traguardo, da festeggiare in modo speciale e indimenticabile.
Incredibile come il tempo sia volato da quei due giorni newyorkesi, quante cose lei abbia costruito in quest’anno, quanto, dopo aver preso un po’ fiato, sia adesso pronta ad affrontare la nuova tappa della sua vita che la porterà ad Oxford a proseguire i suoi studi, lasciando dopo tanti anni gli Stati Uniti con il suo passaporto americano in valigia e il futuro davanti tutto da costruire, come a neanche 23 anni è giusto che sia.
Ho trattenuto a stento le lacrime più volte in quei due giorni, lacrime di gioia, di emozione, di amore infinito. Mi sono sentita fiera non solo di lei, del suo percorso, della sua capacità a costruire un futuro brillante con tenacia, guardando avanti, ma anche fiera di noi come genitori, siamo stati capaci di guidarla, di tenerla per mano per un po’, finché i suoi passi erano incerti, per poi lasciarla andare nel momento giusto, quando abbiamo capito che, anche inciampando, ce l’avrebbe fatta da sola. Difficile, sempre difficile, lasciar andare quella mano e rimanere indietro, sempre più indietro, diventando sempre più osservatori, ma rimanendo anche da lontano la spalla, la parola, il sorriso che servono per proseguire da soli.
La sua cappa svolazzante tra le altre allo Yankee Stadium, il suo sorriso mescolato a quello di tutti gli altri, l’inno americano, le parole del rettore di NYU, l’atmosfera unica di quei due giorni, rimarranno sempre un ricordo indelebile e anche il momento in cui mi sono resa conto che nonostante tutto, nonostante una vita fatta di scossoni e bruschi cambiamenti di rotta, una vita alla quale spesso le abbiamo chiesto di adeguarsi senza troppe lamentele, la ragazza con il tassello 2019 sul tocco nero, era diventata un’adulta determinata e brillante.



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