Primo girone dell’inferno: gli uffici dell’anagrafe!

Sono seduta nel lungo e squallido corridoio dell’anagrafe centrale davanti allo sportello dedicato ai residenti all’estero per rifare la carta d’identità. In sottofondo voci alterate, personale sgarbato, porte che sbattono. Il personale si rivolge agli utenti con toni secchi.
L’attesa è lunga, per i cittadini italiani che vivono in un oltralpe qualunque la carta d’identità  cartacea è l’unica opzione, con i tempi necessari per fartela li sul momento.
Intorno a me la gente sbuffa, c’è di tutto in attesa. Il mio vicino di sedia aveva appuntamento per le nove… sono le 10 ed è ancora seduto con tutto in mano. Una coppia di anziani racconta un pezzo di vita all’addetta dell’anagrafe che, tutto sommato, dimostra una pazienza che non avrei nell’ascoltarli.
C’è chi scuote la testa rassegnato, mormorando tra sé, questa è l’Italia.

Tutti danno del tu a tutti, come se fosse normale e ci si ritrovasse in una scampagnata tra i monti con gli amici di sempre.
Un ragazzo domiciliato a Torino ma non residente cerca di capire cosa fare, la signora dietro lo sportello non riesce a farsi capire, tira fuori quattro parole sghembe in inglese senza grandi risultati, chiede aiuto al pubblico seduto, mi alzo e mi avvicino, gli spego in inglese cosa deve fare, mi sorride ringrazia mille volte, so cosa vuol dire essere lost in translation …
Poco più il là una signora dall’italiano incerto protesta per il ritardo, ha ragione… con toni acidi un’altra tra i denti dice “ e ha anche il coraggio di protestare” brutta bestia il razzismo.
È vero che questo corridoio un po’ squallido, dove su ogni tavolino manca la penna ad uso degli utenti, con un filo pendulo come testimone di una penna che fu e che forse qualcuno si è portato via, questo corridoio con un’umanità varia, con visi che parlano di mondi diversi, con accenti che hanno toni di posti lontani, rappresenta il nostro Paese, un po’ triste, un po’ scontento, con i toni secchi e un po’ rassegnati, con gente che viene da un altrove complesso e difficile e vorrebbe far diventare casa questa Italia sgangherata.
È un’ora che sono seduta, dati i toni di voce conosco vita, morte e miracoli di tutti, vorrei alzarmi e uscire, respirare l’aria frizzante di oggi, camminare lungo via della Consolata, riattraversare il centro in diagonale fino a casa, invece aspetto il mio numero in mano, B8.


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