Adoro la Svezia, adoro Stoccolma, con tutte le sue mille sfumature, il suo clima non sempre dei migliori, l’inverno eterno e le notti che avvolgono i giorni senza scampo. Adoro la vita qui. Gli svedesi eleganti ed educati, tra un po’ forse amerò anche la loro lingua, esercizio al quale mi dedico con costanza e impegno titanico.
Ma in tutto questo un piccolo ma esiste, forse anche due o tre, altrimenti l’interesse di vivere immersa in una nuova cultura non sarebbe poi tale, se tutto filasse senza ma e senza forse!
Gli svedesi sono fondamentalmente psico rigidi. Mi spiego meglio. Gli svedesi hanno delle regole, giusto, sacrosanto, ovunque dovrebbero essercene e ovunque si dovrebbe rispettarle al limite della devozione, ma come sempre è importante applicarle e anche essere capaci, non dico di adattarle caso per caso, ma di allentarne i contorni.
Noi italiani diciamo che siamo un po’ più anarchici, un po’ meno strutturati, ma siamo street-smart, siamo capaci di risolvere un problema anche quando questo non segue lo schema ben definito. Ecco lo svedese segue lo schema, punto, l’eccezione lo spiazza e non la sa affrontare.
Ed ecco qui cosa è successo.
Domenica sera imbarcandomi sul volo di rientro a Stoccolma dall’aeroporto di Copenaghen, dimentico, come una scema, la mia borsa al gate, salgo in aereo e volo a Stoccolma dove all’atterraggio mi rendo conto della dimenticanza, grave, gravissima. Nella borsa infatti, oltre alle chiavi di di casa, al biglietto della metropolitana, alle caramelle, avevo nell’ordine: il passaporto italiano, la carta d’identità svedese e la patente americana (una bella accozzaglia di documenti di identità che danno idea del caos che è questa mia vita), oltre alle carte di credito.
Panico, terrore, già solo l’idea di dover ripassare attraverso eterne trafile in tre paesi diversi era sufficiente a togliermi il sonno, aggiungi poi la necessità di avere il passaporto per la prossima settimana per un viaggetto già previsto, la situazione non era delle più rosee.
Non scendo nel dettaglio della gestione grottesca del tutto da parte dei servizi aeroportuali danesi, che in quanto ad elasticità mentale lasciano anch’essi un po’ basiti, ma alla fine borsa e contenuto vario, vengono portate all’ufficio oggetti smarriti, pago per disturbo e spedizione e il tutto prende la via di casa tramite servizio postale.
Conoscendo la poca agilità del servizio postale in quanto all’affrontare situazioni fuori dagli schemi ero già un po’ inquieta… a caso ho un unico documento d’identità, la preziosissima green card, ma temo il peggio ( alla posta non amano assolutamente la patente americana, tanto meno la carta d’identità italiana cartacea, ritenute in precedenti tentative entrambe false…. sorvolo sul fatto che non vedrei l’interesse nel circolare con un documento falso, ma tant’è).
Certa di poter spiegare la situazione all’ufficio postale e forte del fatto che la green card è un documento ufficialissimo, mi avvio a recuperare il tutto….
Beh avete presente quando uno immagina il peggio, non riesce mai a veramente visualizzarlo nel suo vero materializzarsi.
Il primo impiegato mi guarda stranito, gli spiego la rava e la fava, ma nulla… Chiedo di parlare con un superiore, cerco di mantenere la calma, e li il sangue italico sdegnato fa giri terribili, la pressione sale, il tono di voce anche. La superiore mi guarda con aria gentile ma mi dice mi spiace non possiamo accettare il suo documento, non è un documento previsto. Le rifaccio l’elenco dettagliato del contenuto della borsa, le propongo di aprire lei il pacco nel retro per recuperare ogni documento possibile al suo interno, di chiamare la polizia nel caso le avessi raccontato una storia, le mostro gli scambi di email con l’aeroporto di Copenaghen …di fronte a me un muro. Signora abbiamo delle regole da seguire… okay ho capito ma a volte si può essere un po’ elastici, valutare caso per caso… certo le parole non erano proprio queste e se avessi tradotto il tutto in italiano lì per lì qualche parolaccia sarebbe esplosa…
Sorrisino sulle labbra, no, mi spiace.
Chiedo di chiamare il superiore più superiore, giuro che sono pronta a non muovermi di lì finché non vedo il Dio della posta in persona. .. mi siedo sulla panchina a braccia conserte, ogni cinque minuti propongo soluzioni, devono vedermi come una pazza furiosa con una fantasia smisurata tante sono le possibilità di soluzione che propongo loro… nulla.
Il direttore supremo arriva, cerco di affrontarlo con pazienza, ho capito che il sangue latino va messo da parte. Lui mi dice: signora esiste una regola da seguire… ( ormai tipo mantra me l’hanno detto così tante volte che ho capito) gli spiego che però la situazione può prevedere un approccio nuovo per loro, tipo gioco di ruolo in cui devi affrontare l’imprevisto, occhio di terrore, imprevisto che??
Alla fine mi dice: non so perché la green card non venga accettata, forse perché dovremmo formare i nostri dipendenti a riconoscere troppi documenti… il che forse in un paese multiculturale come la Svezia sarebbe un utile esercizio formativo ( nella mia testa penso che se già solo insegnassero loro la gestione dell’imprevisto, saremmo a cavallo), aggiunge ho capito la situazione e farò un eccezione per lei, solo per lei, le darò il suo pacco ma lo apriremo insieme e una volta recuperato la sua carta d’identità svedese me la darà così da scrivere il numero della carta d’identità svedese come documento che permette il recupero del pacco…. ah si ecco appunto recupero il pacco con un documento che era contenuto al suo interno perché uno dei pochi documenti ( con il passaporto) citato nel vostro libretto di istruzioni da seguire senza sbavature… alla faccia dell’elasticità, ma va bene cose.
La storia insegna che lo scugnizzo di strada ha messo radici nella nostra soleggiata Italia perché tutte le regole hanno tante eccezioni, mentre la Svezia colta, elegante, pulita, non andrà mai tanto lontano se non si avventura un po’ fuori dai sentieri tracciati!
Rispondi